lunedì 26 giugno 2017

"Haurietis aquas": Pio XII ci parla del Sacro Cuore


Palpita d’amore il Cuore adorabile di Gesù Cristo, all’unisono con il suo amore umano e divino, allorché, come ci rivela l’Apostolo, non appena la Vergine Maria ha pronunziato il suo magnanimo «Fiat», il Verbo di Dio: «entrando nel mondo, dice: “Tu non hai voluto sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo: olocausto anche per il peccato tu non gradisti: allora dissi: Ecco io vengo, giacché di me si parla all’inizio del libro, per compiere, o Dio, la tua volontà”... E in questa volontà noi siamo santificati per l’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre» (Hebr. X, 5-7, 10). Palpitava altresì d’amore il Cuore del Salvatore, sempre in perfetta armonia con gli affetti della sua volontà umana e con il suo amore divino, quando Egli intesseva celestiali colloqui con la sua dolcissima Madre, nella casetta di Nazareth, e col suo padre putativo Giuseppe, cui obbediva prestandosi come fedele collaboratore nel faticoso mestiere del falegname Parimente palpitava d’amore il Cuore di Cristo, ancora in pieno accordo col suo duplice amore spirituale, nelle continue sue peregrinazioni apostoliche; nel compiere gli innumerevoli prodigi d’onnipotenza, con i quali o risuscitava i morti, o ridonava la salute ad ogni sorta di infermi; nel sopportare fatiche, il sudore, la fame, la sete; nelle lunghe veglie notturne trascorse in preghiera al cospetto del celeste suo Padre; e, infine, nel pronunziare i discorsi, e nel proporre e spiegare le parabole, specialmente quelle che più ci parlano della sua misericordia, come la parabola della dramma perduta, della pecorella smarrita e del figliuol prodigo. E veramente, anche attraverso le parole di Dio, come osserva san Gregorio Magno, si è manifestato il Cuore di Dio: «Intuisci il Cuore di Dio nelle parole di Dio, affinché più ardentemente esperimenti l’attrattiva dei beni eterni» (Registr. epist., lib. IV, ep. 31 Ad Theodorum medicum, P.L., LXXVII, 706). Palpitava ancor più d’amore il Cuore di Gesù Cristo, quando dalle di Lui labbra uscivano accenti ispirati ad ardentissimo amore. Così, ad esempio, quando dinanzi allo spettacolo di turbe stanche ed affamate, esclamava: «Ho compassione di questo popolo» (Marc. VIII, 2); e, nel rimirare la prediletta città di Gerusalemme votata all’estrema rovina a causa della propria ostinazione, le rivolgeva questo accorato rimprovero: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte io pure volli adunare i tuoi figliuoli come la gallina raduna i suoi pulcini sotto le ali, e tu non hai voluto!» (Matth. XXIII, 37). Palpitava ancora di amore e di santo sdegno il suo Cuore nel veder il sacrilego commercio che si faceva nel tempio, ond’è che rivolse ai profanatori queste severe parole: «Sta scritto: “La mia casa sarà chiamata casa d’orazione”, e voi l’avete ridotta una spelonca di ladri» (Matth. XXI, 13). Ma particolarmente di amore e di timore palpitò il Cuore di Gesù nella imminenza dell’ora della Passione, allorché, provando naturale ripugnanza dinanzi al dolore e alla morte ormai incombenti, esclamò: «Padre mio: se è possibile passi da me questo calice!» (Matth. XXVI, 39); palpitò poi di amore e di intensa afflizione quando, al bacio del traditore, Egli oppose quelle sublimi parole, che suonarono come un ultimo invito rivolto dal misericordiosissimo suo Cuore all’amico, che con animo empio, fedifrago e sommamente ostinato si accingeva a consegnarlo nelle mani dei carnefici: «Amico, a che sei venuto? Con un bacio tradisci il Figliuol dell’uomo?» (Matth. XXVI, 50; Luc. XXII, 48); palpiti invece di tenero amore e di profonda commiserazione furono quelli che commossero il Cuore del Salvatore, allorché alle pie donne, che ne compiangevano l’immeritata condanna al tremendo supplizio della croce, diresse queste parole: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figliuoli … Perché, se si tratta così il legno verde, che ne sarà del secco?» (Luc. XXIII, 28, 31). Ma è soprattutto sulla croce che il Divin Redentore sente il suo Cuore, divenuto quasi torrente impetuoso, ridondare dei sentimenti più vari; cioè di amore ardentissimo, di angoscia, di compassione, di acceso desiderio, di quiete serena, come ci manifestano apertamente le seguenti sue memorande parole: «Padre, perdona loro, perché non sanno quel che fanno» (Luc. XXIII, 34); «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»( Matth. XXVII, 46); «Ti dico in verità: oggi sarai meco in paradiso» (Luc. XXIII, 43); «Ho sete» (Ioann. XIX, 28); «Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio» (Luc. XXIII, 46). E chi potrebbe degnamente descrivere i palpiti del Cuore divino del Salvatore, indizi certi del suo infinito amore, nei momenti in cui Egli offriva all’umanità i suoi doni più preziosi: Sé stesso nel Sacramento dell’Eucaristia, la sua Santissima Madre e il Sacerdozio? Ancor prima di mangiare l’Ultima Cena con i suoi discepoli, al solo pensiero dell’istituzione del Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue, la cui effusione avrebbe sancito la Nuova Alleanza, il Cuore di Gesù aveva avuto fremiti di intensa commozione, da Lui rivelati agli Apostoli con queste parole: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima di patire» (Luc. XXII, 15); ma la sua commozione dovette raggiungere il colmo, allorché «prese del pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Questo è il mio corpo, il quale è dato a voi; fate questo in memoria di me”. E così fece col calice, dopo aver cenato. dicendo: “Questo calice è il nuovo patto nel sangue mio, che sarà sparso per voi” (Luc. XXII, 19-20). Si può quindi a buon diritto affermare che la divina Eucaristia, sia come Sacramento che come Sacrificio, di cui Egli stesso è dispensatore e immolatore mediante i suoi Ministri «da dove sorge il sole fin dove tramonta» (Mal. I, 11), come pure il Sacerdozio, sono doni palesi del Cuore Sacratissimo di Gesù. Ma anche Maria, l’alma Madre di Dio e Madre nostra amantissima, è un dono preziosissimo del Cuore Sacratissimo di Gesù. Era giusto, infatti, che Colei, che era stata la Genitrice del Redentore nostro secondo la carne, ed a Lui era stata associata nell’opera di rigenerazione dei figli di Eva alla vita della grazia, fosse da Gesù stesso proclamata Madre spirituale dell’intera umanità. Ben a ragione quindi, scrive di Lei Sant’Agostino: «Indubbiamente Ella è madre delle membra del Salvatore, che siamo noi, poiché con la sua carità ha cooperato affinché avessero la vita nella Chiesa i fedeli, che di quel Capo sono le membra» (De sancta virginitate, VI: P.L., XL, 399). Non contento del dono incruento di sé, sotto le specie del pane e del vino, il Salvatore nostro Gesù Cristo vi volle aggiungere, come suprema testimonianza della sua profonda, infinita dilezione, il Sacrificio cruento della Croce.  [...] Dopo che il Salvatore nostro ascese al cielo e si assise alla destra del Padre nello splendore della sua umanità glorificata, non ha cessato di amare la Chiesa, sua sposa, anche con quell’ardentissimo amore, che palpita nel suo Cuore. Egli, infatti, ascese al cielo recando nelle ferite delle mani, dei piedi e del costato i trofei luminosi della sua triplice vittoria: sul demonio, sul peccato e sulla morte; e recando altresì nel suo Cuore, come riposti in un preziosissimo scrigno, quegli immensi tesori di meriti, frutti del suo triplice trionfo, che adesso dispensa in larga copia al genere umano redento. È questa la verità consolante, di cui si fa assertore l’Apostolo delle genti, quando scrive: «Ascendendo in alto portò via schiava la schiavitù, dette donativi agli uomini … Il discendente è lo stesso che l’ascendente sopra tutti i cieli, affinché riempisse tutte le cose» (Eph. IV, 8, 10). La donazione dello Spirito Santo, fatta ai discepoli, è il primo segno perspicuo della munifica carità del Salvatore dopo la sua trionfale ascensione sino alla destra del Padre. Infatti, dopo dieci giorni lo Spirito Paraclito dato dal Padre discende su gli apostoli radunati nel Cenacolo, secondo che Gesù aveva promesso nell’Ultima Cena: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga in eterno con voi» (Ioann. XIV, 16). Il quale Spirito Paraclito, essendo l’Amore mutuo, personale, col quale il Padre ama il Figlio e il Figlio il Padre, da ambedue è inviato, e sotto il simbolo di lingue di fuoco investe gli animi dei discepoli con l’abbondanza della divina carità e degli altri celesti carismi.  Ma questa infusione di superna carità emana altresì dal Cuore del Salvatore nostro, «in cui sono riposti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col. II, 3). La carità divina, pertanto, è dono ad un tempo del Cuore di Gesù e del suo Spirito. A questo comune Spirito del Padre e del Figlio si devono in primo luogo e l’origine della Chiesa e la sua mirabile propagazione in mezzo a tutte le genti pagane, prima dominate dall’idolatria, dall’odio fraterno, dalla corruzione dei costumi e dalla violenza. È la carità divina, dono preziosissimo del Cuore di Cristo e del suo Spirito, che ha ispirato agli Apostoli e ai Martiri la fortezza eroica nel predicare e testimoniare la verità del Vangelo sino all’effusione del sangue; ai Dottori della Chiesa lo zelo ardente per la chiarificazione e la difesa della fede cattolica; ai Confessori la pratica delle più elette virtù e il compimento delle imprese più utili e più ammirabili, proficue alla propria santificazione e alla salute spirituale e corporale del prossimo; alle Vergini, infine, la rinunzia pronta e gioconda a tutte le delizie dei sensi, allo scopo di consacrarsi unicamente all’amore del celeste Sposo. È a questa divina carità, che ridondando dal Cuore del Verbo Incarnato si riversa per opera dello Spirito Santo negli animi di tutti i credenti, che l’Apostolo delle genti scioglie quell’inno di vittoria, che celebra in pari tempo il trionfo di Gesù Cristo Capo e dei membri del suo Mistico Corpo su quanto ostacola l’instaurazione del Regno Divino dell’amore fra gli uomini: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? la tribolazione o l’angoscia o la fame o la nudità, o il pericolo, o la persecuzione, o la spada? … Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori per opera di Colui che Ci ha amato. Poiché io son persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né virtù, né cose attuali né future, né potestà, né altezza, né profondità, né alcun altra creatura potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù Signor nostro» (Rom. VIII, 35, 37-39). Nulla dunque ci vieta di adorare il Cuore sacratissimo di Gesù, in quanto è compartecipe e il simbolo più espressivo di quella inesausta carità, che il Divin Redentore nutre tuttora per il genere umano. Esso, infatti, benché non sia più soggetto ai turbamenti della vita presente, è sempre vivo e palpitante, e in modo indissolubile è unito alla Persona del Verbo di Dio e, in essa e per essa, alla divina sua volontà.



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