giovedì 29 giugno 2017

Il Primato di san Pietro nell'Enciclica di Leone XIII "Satis cognitum" del 29 giugno 1896



Certamente Cristo è re in eterno e, benché invisibile, tutela e governa perpetuamente dal cielo il suo regno: ma poiché volle che questo fosse visibile, dovette designare chi, dopo la sua ascensione al cielo, facesse le sue veci in terra. “Chiunque affermasse, dice Tommaso, che il solo capo e il solo pastore della Chiesa è Cristo, che è l’unico sposo dell’unica Chiesa, non si esprimerebbe con precisione. Infatti è evidente che è lo stesso Cristo che opera i sacramenti della Chiesa, che battezza, che rimette i peccati, che, vero sacerdote, s’immolò sull’altare della croce, e che per sua virtù ogni giorno si consacra il suo corpo sull’altare; e tuttavia, poiché non sarebbe stato corporalmente e personalmente presente a tutti i fedeli per l’avvenire, elesse dei ministri, per mezzo dei quali potesse dispensare quanto è stato indicato, come già si è detto (cap. 74). Per la stessa ragione, prima di privare la Chiesa della sua corporale presenza, gli fu necessario destinare qualcuno che in suo luogo ne avesse cura. Quindi disse a Pietro prima dell’ascensione: Pasci le mie pecorelle” [33]. Gesù Cristo dunque diede alla Chiesa, per sommo reggitore, Pietro, e nello stesso tempo stabilì che tale potere, istituito in perpetuo per la comune salvezza, si trasmettesse per eredità ai successori, nei quali lo stesso Pietro sopravvive con perenne autorità. Infatti fece quell’insigne promessa a Pietro, e a nessun altro: “Tu sei Pietro, e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa”(Mt 16,18 ). “A Pietro il Signore ha parlato, a lui solo, perché da uno solo fondasse l’unità” [34]. “Senza aggiungere altre parole... (Gesù) chiama il padre di lui e lui stesso per nome (beato te, Simone, figlio di Jona), ma poi non sopporta che si chiami ancora Simone, già fin d’ora reclamandolo tutto per sé, per i suoi fini, e con significativo paragone volle che si chiamasse Pietro da pietra, perché sopra di lui avrebbe fondato la sua Chiesa” [35]. Dalla citata profezia è evidente che per volere e ordine di Dio la Chiesa si fonda sul beato Pietro, come l’edificio sul suo fondamento. Ora la natura e la forza del fondamento consistono nel far sì che le diverse parti dell’edificio si mantengano collegate insieme, e che all’opera sia necessario quel vincolo di stabilità e fermezza, senza il quale ogni edificio cade in rovina. È dunque proprio di Pietro sorreggere e conservare unita e ferma in indissolubile compagine la Chiesa. Ma chi potrebbe adempiere un compito così grave senza il potere di comandare, proibire e giudicare che veramente e propriamente si chiama giurisdizione? Infatti, solo in virtù di questo potere si reggono le città e gli Stati. Un primato di onore e quella tenue facoltà di consigliare e di ammonire, che si chiama direzione, non possono giovare molto né all’unità né alla fermezza. Il potere, di cui parliamo, ci viene dichiarato e confermato da quelle parole: “E le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa”. “A chi si riferisce - domanda Origene - la parola essa? Alla pietra su cui Cristo edifica la Chiesa, o alla Chiesa stessa? Ambigua è la frase: vorrà dire che siano quasi una stessa cosa la pietra e la Chiesa? Io credo appunto che questo sia vero; poiché né contro la pietra, su cui Cristo edifica la Chiesa, né contro la Chiesa prevarranno le porte dell’inferno” [36]. La forza perciò di quella divina sentenza è questa: qualunque violenza o artificio usino i nemici visibili e invisibili, non sarà mai che la Chiesa affidata a Pietro soccomba e perisca: “La Chiesa, essendo edificio di Cristo, che sapientemente edificò la sua casa sulla pietra, non può essere preda delle porte dell’inferno, che possono sì prevalere contro qualsiasi uomo che sia fuori della pietra e della Chiesa, ma non contro di essa” [37]. Dunque Dio affidò la sua Chiesa a Pietro, affinché egli, quale invitto tutore, la conservasse perpetuamente incolume. Quindi lo investì del necessario potere, poiché per tutelare qualsiasi società di uomini è indispensabile a chi deve tutelarla il diritto di comandare. Gesù inoltre aggiunse: “E a te io darò le chiavi del regno dei cieli”. Egli continua a parlare della Chiesa, che poc’anzi aveva chiamata sua, e che aveva affermato di voler stabilire su Pietro come sopra il fondamento. La Chiesa è raffigurata non solo come un edificio, ma anche come un regno, e nessuno ignora che le chiavi sono il simbolo del comando; perciò quando Gesù promise a Pietro le “chiavi del regno dei cieli”, gli promise che gli avrebbe dato il potere e il diritto sulla Chiesa: “Il Figlio (del Padre) diede l’incarico (a Pietro) di diffondere per tutto il mondo la conoscenza del Padre e di se stesso, e a un uomo mortale diede ogni potere in cielo, quando gli affidò le chiavi, ed estese la Chiesa per tutto il mondo e la indicò più stabile dei cieli” [38]. Concordano con queste le altre parole di Cristo: “E ciò che legherai sulla terra, resterà legato nei cieli; e ciò che scioglierai sulla terra, resterà sciolto nei cieli”. Le parole metaforiche di legare e di sciogliere indicano il diritto di far leggi e insieme il potere di giudicare e di punire. Detto potere si afferma così ampio e di tanta virtù, che qualunque cosa venga da esso decretata verrà da Dio confermata. Pertanto esso è sommo e del tutto libero, come quello che non ha superiore in terra: abbraccia tutta la Chiesa e tutte le cose che ad essa furono affidate. Cristo Signore mantiene poi la sua promessa dopo la sua risurrezione, quando, avendo per ben tre volte domandato a Pietro se lo amasse, gli dice con tono di chi comanda: “Pasci i miei agnelli... Pasci le mie pecorelle”(Gv 21,16-17). Cristo volle così a lui affidate, come a pastore, tutte le pecorelle che sarebbero entrate nel suo ovile. “Il Signore non dubita, dice sant’Ambrogio, perché non interroga per imparare, ma per insegnare, indicandoci colui che egli, prossimo a salire in cielo, ci lasciava per Vicario del suo amore... E poiché egli solo fra tutti professa la sua fede, è a tutti preferito... affinché il perfettissimo governi i più perfetti” [39]. Ufficio e dovere del pastore è quello di guidare il gregge e di procurare il suo benessere con la salubrità dei pascoli, con l’allontanarlo dai pericoli, col preservarlo dalle insidie e col difenderlo dalla violenza: in breve, col reggerlo e governarlo. Essendo dunque Pietro il pastore preposto a tutto il gregge di Cristo, egli ricevette il potere di governare tutti gli uomini, alla cui salute Gesù Cristo aveva provveduto col suo sangue: “Perché, chiede il Crisostomo, sparse egli il suo sangue? Per redimere quelle pecorelle, che affidò a Pietro e ai suoi successori” [40]. E poiché è necessario che tutti i cristiani siano tra loro uniti per la comunione di una fede immutabile, perciò Cristo Signore, con la forza delle sue preghiere, ottenne che Pietro, nell’esercizio del suo potere, non errasse mai nella fede: “Io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede” (Lc 22,32); e gli comandò che nel bisogno comunicasse ai suoi fratelli luce e forza: “Conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32). Volle insomma che colui che aveva destinato a fondamento della Chiesa, fosse anche il baluardo della fede. “Non poteva, dice sant’Ambrogio, rafforzare la fede di colui al quale di propria autorità dava il regno, e che additò, chiamandolo pietra, quale fondamento della Chiesa?” [41]. Lo stesso Gesù volle che certi nomi, significanti grandi cose, che “a lui per propria potestà convengono, fossero rivolti anche a Pietro per partecipazione con lui stesso” [42], affinché dalla comunanza dei titoli apparisse anche quella dei poteri. E così colui che è “pietra angolare, su cui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore” (Ef 2,21), stabilisce Pietro quale pietra fondamentale della Chiesa. “Avendo udito 'sei pietra' è stato encomiato. Benché sia pietra, però, non è pietra come Cristo, ma come Pietro. Cristo infatti è essenzialmente la pietra inconcussa; e Pietro lo è per questa pietra. Infatti Gesù dona le sue cariche onorifiche, ma non si esaurisce... È sacerdote, e fa i sacerdoti... è pietra, e fa la pietra” [43]. Il re stesso della Chiesa, che “tiene la chiave di Davide, e quando apre, nessuno chiude, e quando chiude, nessuno apre” (Ap 3,7), consegnate a Pietro le chiavi, lo dichiara principe della società cristiana. E così pure il sommo pastore, che chiama se stesso “buon pastore”, dà a Pietro il governo dei “suoi agnelli e delle sue pecorelle”: “Pasci gli agnelli, pasci le pecorelle”. Il Crisostomo commenta: “Esimio era Pietro tra gli Apostoli, bocca dei discepoli, capo del loro collegio... E Gesù per mostrargli che conveniva per l’avvenire credere in lui, dimenticata la negazione, affida a lui il governo dei fratelli, dicendo: Se mi ami, presiedi ai fratelli” [44]. Infine colui che ci conferma “in ogni opera e parola di bene” (2Ts 2,16), comandò a Pietro che “confermasse i suoi fratelli”. Giustamente Leone Magno diceva: “In tutto il mondo, il solo Pietro viene eletto per essere preposto e alla chiamata di tutte le genti, e a tutti gli Apostoli e a tutti i Padri della Chiesa: affinché, per quanto siano molti nel popolo di Dio i sacerdoti e molti i pastori, tutti nondimeno siano retti da Pietro, benché Cristo per lui principalmente li governa tutti” [45]. E Gregorio Magno così scriveva all’imperatore Maurizio Augusto: “È evidente a quanti conoscono il Vangelo, che attraverso la parola del Signore è stata affidata la cura di tutta la Chiesa all’Apostolo Pietro, principe di tutti gli Apostoli... Egli ricevette le chiavi del regno dei cieli; a lui è dato il potere di legare e di sciogliere; a lui sono affidati la cura e il principato di tutta la Chiesa” [46]. Ora, essendo questo principato contenuto nella stessa costituzione e nell’ordinamento della Chiesa, come parte principale, o piuttosto come principio di unità e fondamento della sua perpetua esistenza, non poteva perire con Pietro, ma doveva trasmettersi dall’uno all’altro ai suoi successori. Perciò San Leone diceva: “Rimane quindi l’ordinamento della verità, e il beato Pietro, perseverando nella ricevuta forza della pietra, non lascia il comando della Chiesa” [47]. Pertanto, i Pontefici, che succedono a Pietro nell’episcopato romano, ottengono per diritto divino la suprema autorità sulla Chiesa. “Noi definiamo, dicono i Padri del Concilio di Firenze, che la santa Sede Apostolica e il Pontefice Romano hanno il primato su tutto l’orbe, e che lo stesso Pontefice Romano è successore del beato Pietro, principe degli Apostoli, vero Vicario di Cristo, capo di tutta la Chiesa, padre e dottore di tutti i cristiani; a lui, nella persona del beato Pietro, fu dato da Gesù Cristo, nostro Signore, pieno potere di pascere, reggere e governare tutta la Chiesa, come si afferma anche negli atti dei Concilii ecumenici e nei sacri canoni” [48]. E il Concilio Lateranense IV definisce similmente: “La Chiesa Romana, per disposizione del Signore, primeggia su tutte le altre per l’ordinaria sua potestà, come quella che è madre e maestra di tutti i cristiani”. Questi decreti erano stati preceduti dal consenso di tutta l’antichità, la quale venerò sempre i vescovi romani come legittimi successori del beato Pietro. E chi ignora le tante e così splendide testimonianze dei santi Padri a questo proposito? Luminosa è quella d’Ireneo, il quale parlando della Chiesa Romana, dice: “A questa Chiesa per una più degna supremazia è necessario che concordi ogni Chiesa” [49]. E Cipriano, parlando della medesima Chiesa Romana, la chiama “radice e madre della Chiesa cattolica [50], Cattedra di Pietro e Chiesa principale da cui è sorta l’unità del sacerdozio” [51]. La chiama Cattedra di Pietro, perché vi siede il successore di Pietro; Chiesa principale, per il primato conferito a Pietro e ai suoi legittimi successori; da cui è sorta l’unità, perché la causa efficiente dell’unità nel Cristianesimo è la Chiesa Romana. E così Girolamo si rivolge a Damaso: “Io parlo col Successore del pescatore e discepolo della Croce... Alla tua Beatitudine, cioè alla Cattedra di Pietro, io per la comunione mi associo. So bene che su quella pietra è edificata la Chiesa”. Era suo costume riconoscere un cattolico dalla unione che aveva con la Sede romana di Pietro; e diceva: “Se qualcuno è unito alla Cattedra di Pietro, è dalla mia parte” [52]. Allo stesso modo Agostino attesta apertamente che “nella Chiesa Romana sempre fiorì il principato della Cattedra Apostolica” [53], e nega che sia cattolico chiunque dissenta dalla fede romana: “Non credere di avere la vera fede cattolica, se non insegni la necessità di avere la fede romana”[54]. La stessa cosa afferma Cipriano: avere comunione con Cornelio “è lo stesso che avere comunione con la Chiesa cattolica” [55]. Pure Massimo Abate insegna che è segno caratteristico della vera fede e della vera comunione l’obbedienza al Romano Pontefice: “Perciò se non vuole essere eretico, non ascolti e non accontenti questo o quello... S’affretti ad accontentare la sede romana. Fatto questo, comunemente e ovunque tutti lo riterranno pio e retto. Infatti parla inutilmente e invano chi fa diversamente, e non soddisfa e non implora il beatissimo Papa della santissima Chiesa Romana, cioè la Sede Apostolica”. E ne dà la seguente ragione: “Fra tutte le Chiese sante di Dio che si trovano sulla terra essa ricevette ed ha dallo stesso Verbo di Dio incarnato, ed anche da tutti i santi Concilii, secondo i sacri canoni e precise regole, il comando, l’autorità e il potere di legare e di sciogliere. Quando lega o scioglie qualcosa, anche in cielo è ratificato dal Verbo, che comanda ai celesti principati” [56]. Quello dunque che già esisteva nella fede cristiana, quello che non un popolo solo o una sola età, ma tutte le età, e l’Oriente insieme e l’Occidente abitualmente riconoscevano e osservavano, venne dal presbitero Filippo, legato del Papa, ricordato al Concilio di Efeso, senza che alcuno sorgesse a contraddirlo: “Nessuno può dubitare, anzi è noto a tutti, da secoli, che il santo e beatissimo Pietro, principe e capo degli Apostoli, colonna della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette da nostro Signore Gesù Cristo, salvatore e redentore del genere umano, le chiavi del regno, e gli fu dato il potere di sciogliere e di ritenere i peccati: a lui, che finora e per sempre vive ed esercita il potere nei suoi successori” [57]. Allo stesso argomento si riferisce la sentenza del Concilio Calcedonese: “Pietro attraverso Leone... ha parlato” [58]; ad essa a cui fa eco la voce del Concilio Costantinopolitano III: “Il sommo Principe degli Apostoli era d’accordo con noi; avemmo con noi infatti il suo imitatore e successore nella Sede... sembrava carta e inchiostro, e invece Pietro parlava attraverso Agatone” [59]. Nella formula della professione cattolica proposta da Ormisda sul principio del sesto secolo, e sottoscritta dall’Imperatore Giustiniano e dai Patriarchi Epifanio, Giovanni e Menna viene dichiarato con forti parole: “Poiché non si può tralasciare l’affermazione di nostro Signore Gesù Cristo: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa,... quanto è stato detto è provato dai fatti, poiché nella Sede Apostolica la religione cattolica è stata sempre conservata senza macchia” [60]. Non vogliamo citare più a lungo le singole testimonianze; ma basterà qui ricordare la formula di fede che professò Michele Paleologo nel secondo Concilio di Lione: “La santa Chiesa Romana ha un sommo e pieno primato e principato su tutta la Chiesa cattolica, e il Paleologo con tutta verità e umiltà riconosce che essa lo ha ricevuto con piena potestà dallo stesso Signore nella persona del beato Pietro, principe e capo degli Apostoli, del quale è successore il Romano Pontefice. E poiché questi sopra tutti è tenuto a difendere la verità della fede, così, se nasceranno questioni intorno alla medesima, egli dovrà con sua sentenza definirle” [61]. Sebbene sia somma e piena la potestà di Pietro, non si creda tuttavia che essa sia la sola. Infatti colui che pose Pietro a fondamento della Chiesa, “scelse anche dodici... ai quali diede il nome di Apostoli” (Lc 6,13). Come è necessario che l’autorità di Pietro si perpetui nel romano Pontefice, così i Vescovi, come successori degli Apostoli, ne ereditano l’ordinaria potestà, e quindi l’Ordine episcopale necessariamente tocca l’intima costituzione della Chiesa. Benché essi non abbiano una somma, piena e universale autorità, tuttavia non devono ritenersi come dei semplici vicari dei romani Pontefici, poiché hanno una potestà propria, e con verità si dicono presuli ordinari dei popoli che reggono. Però, siccome il successore di Pietro è uno solo, e i successori degli Apostoli sono molti, è conveniente che si veda quali siano per divina costituzione le relazioni di questi con quello. In primo luogo, è certa ed evidente la necessità dell’unione dei vescovi col successore di Pietro; poiché, sciolto questo vincolo, necessariamente si scioglie e si disperde la stessa moltitudine dei cristiani, così da non poter formare in alcun modo un solo corpo e un solo gregge. “La salute della Chiesa dipende dalla dignità del sommo sacerdote, e se non gli si dà un potere speciale e superiore a tutti, vi saranno nella Chiesa tanti scismi, quanti sono i sacerdoti” [62]. Pertanto è bene avvertire che niente fu conferito agli Apostoli separatamente da Pietro, ma molte cose a Pietro separatamente dagli Apostoli. Giovanni Crisostomo, nel commentare l’affermazione di Cristo (Giov. 21, 15), si domanda: “Perché Cristo, lasciati gli altri, parla di queste cose solamente a Pietro?”; e risponde: “Perché era il primo fra gli Apostoli, la bocca dei discepoli, il capo del loro collegio” [63]. Egli infatti era il solo designato da Cristo a fondamento della Chiesa; a lui era data la facoltà di legare e di sciogliere; il solo, al quale era dato di pascere. Invece, quanto di autorità e di ministero ricevettero gli Apostoli, lo ricevettero unitamente a Pietro: “Se la concessione divina volle che qualche cosa fosse comune a lui (Pietro) con gli altri principi (Apostoli), non concedette esclusivamente a lui quello che non negò agli altri... Avendo da solo ricevuto molte cose, nulla passò in alcuno senza la sua partecipazione” [64]. Perciò è evidente che i vescovi decadono dal diritto e dalla potestà di governare, quando volutamente si separino da Pietro e dai suoi successori. Infatti, con lo scisma si distaccano dal fondamento su cui deve basarsi tutto l’edificio; sono esclusi quindi dallo stesso edificio, e per la stessa causa separati dall’ovile (la cui guida è il Pastore supremo) e banditi dal regno (le cui chiavi furono date per volere divino al solo Pietro). E in questo Noi riconosciamo ancora il celeste disegno e la mente divina che presiedettero alla costituzione della società cristiana. Cioè, il divino Autore, avendo stabilito nella Chiesa l’unità della fede, del governo e della comunione, elesse Pietro e i suoi successori, perché fossero attuati in essi il principio e il centro dell’unità. Afferma Cipriano: “La dimostrazione è data dal conseguimento di una ovvia verità nel cammino verso la fede. Dice il Signore a Pietro: Io ti dico, che tu sei Pietro... Sopra uno solo edifica la Chiesa. E benché a tutti gli Apostoli, dopo la sua risurrezione, dia uguale potestà, e dica: Come il Padre ha mandato me..., tuttavia per manifestare l’unità, dispose autorevolmente che l’origine della stessa unità cominciasse da uno solo” [65]. E Ottato di Milevi dice: “Non puoi negare di sapere che nella città di Roma a Pietro per primo fu conferita la cattedra episcopale, sulla quale sedette il capo di tutti gli Apostoli, Pietro, (chiamato Cefa, cioè roccia, pietra); affinché in quella sola cattedra, l’unità fosse mantenuta da tutti, e così neppure gli altri Apostoli difendessero le proprie cattedre contro quella, tanto da essere scismatico e in peccato chi ne ponesse un’altra contro l’unica Cattedra” [66]. Perciò Cipriano afferma che sia l’eresia sia lo scisma nascono dal fatto che non si presta la dovuta obbedienza alla suprema potestà: “Non da altro infatti sono sorte le eresie e sono nati gli scismi, se non perché non si obbedisce al sacerdote di Dio, e non si pensa che nella Chiesa vi è un solo sacerdote e un solo giudice vicario di Cristo” [67]. Nessuno dunque che non sia unito a Pietro può partecipare dell’autorità, essendo assurdo pensare che possa comandare nella Chiesa chi è fuori di essa. Perciò Ottato di Milevi rimproverava i Donatisti, dicendo: “Leggiamo che contro le porte (dell’inferno) ricevette le chiavi della salute Pietro, nostro Principe, a cui fu detto da Cristo: A te darò le chiavi del regno dei cieli, e le porte dell’inferno non le vinceranno. Perché dunque pretendete di usurpare le chiavi del regno dei cieli, voi che militate contro la cattedra di Pietro?” [68]. Pertanto si deve credere che l’Ordine episcopale, come Cristo dispose, sia unito a Pietro soltanto se è sottomesso a Pietro e gli obbedisce; altrimenti diventerà necessariamente una moltitudine confusa e disordinata. Per ben conservare l’unità della fede e della comunione non basta un primato di onore, né una sopraintendenza nella Chiesa, ma è assolutamente necessaria una vera e somma autorità, a cui tutta la comunità obbedisca. E a che altro il Figlio di Dio mirò, quando al solo Pietro promise le chiavi del regno dei cieli? L’espressione biblica e il consenso unanime dei Padri non lasciano minimamente dubitare che col nome di chiavi venga in quel luogo significato il supremo potere. Né in altro modo è lecito interpretare quanto viene attribuito separatamente a Pietro, o agli Apostoli uniti a Pietro. Se la facoltà di legare, di sciogliere, di pascere fa sì che ognuno dei Vescovi, successori degli Apostoli, governi con vera potestà il suo popolo, certamente la stessa facoltà deve produrre il medesimo effetto in colui al quale fu assegnato da Dio l’ufficio di pascere “gli agnelli e le pecorelle”. “(Cristo) costituì Pietro non solamente pastore, ma pastore dei pastori; Pietro pasce dunque gli agnelli, e pasce anche le pecorelle; pasce i figli e pasce anche le madri; governa i sudditi e governa anche i prelati, perché oltre gli agnelli e le pecorelle non vi è nulla nella Chiesa” [69]. Si spiegano quindi le espressioni usate dagli antichi riguardo al beato Pietro, e che significano tutte apertamente un sommo grado di dignità e di potere. Egli viene indicato spesso coi titoli di “principe dell’adunanza dei discepoli, principe dei santi Apostoli, corifeo del loro coro, bocca di tutti gli Apostoli, capo di quella famiglia, preposto a tutto il mondo, primo fra gli Apostoli, baluardo della Chiesa”. Sembra che Bernardo voglia racchiudere tutti questi titoli nelle seguenti parole dirette al Papa Eugenio: “Chi sei tu? Il gran sacerdote, il sommo Pontefice. Tu sei il principe dei vescovi, tu l’erede degli Apostoli... Tu sei colui al quale furono consegnate le chiavi, colui al quale furono affidate le pecorelle. Vi sono pure altri portinai del cielo e pastori dei greggi; ma tu hai ereditato un nome tanto più glorioso quanto, più diversamente da essi, hai ereditato l’uno e l’altro nome. Ogni pastore ha il suo gregge particolare a lui assegnato; a te vennero affidati tutti i greggi, a te solo l’unico, tutto il gregge, non solo delle pecorelle, ma anche dei pastori; tu solo sei il pastore di tutti. Mi domandi in che modo io lo provi? Dalla parola del Signore. Infatti a chi, non dico dei vescovi, ma ancora degli Apostoli, furono in un modo così assoluto e indefinito affidate le pecorelle? Se mi ami, o Pietro, pasci le mie pecorelle. Quali? Popoli di questa o di quella città, di questa o di quella regione, o di un certo regno? Le mie pecorelle, disse. A chi non è manifesto non avergli egli assegnate alcune, ma tutte? Nulla si eccettua, ove nulla si distingue” [70]. È cosa contraria alla verità e apertamente ripugna alla costituzione divina dire che i singoli vescovi sono soggetti alla giurisdizione dei romani Pontefici, e non già tutto il corpo episcopale. Infatti, tutta la ragion d’essere del fondamento sta nel dare unità e saldezza a tutto l’edificio, piuttosto che a ciascuna delle sue parti in particolare. Il che nel caso nostro è tanto più vero, in quanto Cristo Signore volle che per la virtù appunto del fondamento le porte dell’inferno non prevalessero contro la Chiesa; e questa promessa divina, com’è a tutti manifesto, si deve intendere di tutta la Chiesa e non delle singole sue parti, le quali possono essere vinte dal furore dell’inferno, e parecchie infatti lo furono. È inoltre necessario che chi è preposto a tutto il gregge non solo abbia il comando sulle singole pecorelle, ma anche su di esse riunite insieme. Forse che l’ovile potrà reggere e guidare il pastore? Forse i successori degli Apostoli, uniti in corpo, saranno il fondamento, su cui il successore di Pietro potrà appoggiarsi per avere fermezza? Chi possiede le chiavi del regno dei cieli non ha soltanto potere e autorità sopra le singole regioni, ma su tutte insieme; e come ciascun vescovo nella sua diocesi presiede con vera potestà non solo ai singoli individui, ma a tutta la comunità, così pure i romani Pontefici, il cui potere abbraccia tutta la cristianità, hanno soggette ed obbedienti alla loro autorità tutte le parti di questa, anche insieme raccolte. Cristo Signore, come già si disse ripetutamente, concedette a Pietro e ai suoi successori che fossero suoi vicari, ed esercitassero perpetuamente nella Chiesa quel potere che egli stesso aveva esercitato nella sua vita mortale. Si potrà forse dire che il Collegio Apostolico sia stato superiore al suo Maestro? La Chiesa non cessò mai in alcun tempo di riconoscere e di attestare questo potere, di cui parliamo, sopra il corpo episcopale, potere così chiaramente indicato dalla sacra Scrittura. Ecco come parlano in proposito i Concilii: “Noi leggiamo che il Romano Pontefice ha giudicato i prelati di tutte le Chiese, ma non leggiamo che qualcuno lo abbia giudicato” [71]. E ne viene data la seguente ragione: “Non esiste un’autorità superiore alla Sede Apostolica” [72]. Gelasio, parlando dei decreti dei Concilii, così scrive: “Come fu nullo tutto ciò che non venne approvato dalla prima Sede, così ciò che essa ha creduto di dover sentenziare fu ammesso da tutta la Chiesa” [73]. Infatti fu sempre privilegio dei Romani Pontefici confermare o invalidare le decisioni e i decreti dei Concilii. Leone Magno annullò gli atti del conciliabolo di Efeso; Damaso rigettò quelli del conciliabolo di Rimini, e Adriano secondo quelli del conciliabolo di Costantinopoli. Il canone XXVIII del Concilio di Calcedonia, perché privo dell’assenso e della volontà della Sede Apostolica, rimase, com’è noto, senz’alcun valore. Con ragione dunque Leone X nel quinto Concilio Lateranense sentenziò: “Solo il Romano Pontefice, temporaneamente in carica, in quanto ha il potere su tutti i Concilii, ha il pieno diritto e l’autorità di indire, trasferire e sciogliere i Concilii; e questo è evidente non solo per testimonianza della sacra Scrittura, delle dichiarazioni dei Padri e degli altri Romani Pontefici e dei decreti dei sacri canoni, ma anche per l’ammissione degli stessi Concilii”. Per la verità al solo Pietro furono consegnate le chiavi del regno celeste, e a lui, unitamente agli Apostoli, fu dato, per testimonianza della sacra Scrittura, il potere di legare e di sciogliere; ma non si legge in alcun luogo che gli Apostoli ricevessero questo sommo potere “senza Pietro e contro Pietro”. Così davvero non l’hanno ricevuto da Gesù Cristo. Per questo, col decreto del Concilio Vaticano intorno alla forza e alla ragione del primato del Romano Pontefice, non fu introdotto un nuovo dogma, ma asserita l’antica e costante fede di tutti i secoli (del cristianesimo) [74]. Né il sottostare a un doppio potere reca confusione nel governo. Anzitutto la sapienza di Dio, per disposizione della quale questa forma di governo venne stabilita, ce ne vieta anche il semplice sospetto. E poi si deve osservare che l’ordine e le relazioni vengono turbate solamente se nel popolo vi sono due magistrati dello stesso grado, indipendenti l’uno dall’altro. Ma il potere del Romano Pontefice è supremo, universale e del tutto indipendente, mentre quello dei vescovi è ristretto entro determinati confini e non è del tutto indipendente. “Non è conveniente che due siano costituiti sopra lo stesso gregge con poteri eguali; ma non ripugna che due, dei quali uno è superiore all’altro, siano costituiti sullo steso popolo; così sullo stesso popolo vi sono immediatamente e il parroco e il vescovo e il Papa” [75]. I Romani Pontefici, memori del loro ufficio, vogliono meglio degli altri conservare nella Chiesa tutto ciò che fu divinamente istituito; e quindi come tutelano la propria autorità con quella cura e vigilanza che si conviene, così sempre si preoccuparono e si preoccuperanno perché l’autorità dei Vescovi sia mantenuta. Anzi reputano fatti a se stessi tutto l’onore e l’ossequio che vengono resi ai Vescovi. Per questo san Gregorio Magno diceva: “È mio onore l’onore della Chiesa universale. Mio onore è il solido vigore dei miei fratelli. Allora io sono veramente onorato, quando a ognuno di loro non si nega il dovuto onore” [76].


 [33] S. Thomas, Summa contra Gentiles, lib. IV, cap. 76
[34] S. Pacianus, Ad Sempronium, epist. III, n. 11.
[35] S. Cyrillus Alexandrinus, In Evang. Ioan., lib. II, in cap. I, v. 42.
[36] Origenes, Comment. in Matth., tom. XII, n. 11.
[37] Origenes, Comment. in Matth., tom. XII, n. 11.
[38] S. Ioannes Chrysostomus, Hom. LIV In Matth., n. 2.
[39] S. Ambrosius, Exposit. in Evang. secundum Lucam, lib. X, nn. 175-176.
[40] S. Ioannes Chrysostomus, De Sacerdotio, lib. II
[41] S. Ambrosius, De Fide, lib. IV, n. 56.
[42] S. Leo M., Sermo IV, cap. 2.
[43] Hom. De poenitentia, n. 4, in appendice opp. S. Basilii.
[44] S. Ioannes Chrysostomus, Hom. LXXXVIII in Ioan., n. 1.
[45] S. Leo M., Sermo IV, cap. 2.
[46] S. Gregorius M., Epistolarum, lib. V, epist. XX.
[47] S. Leo M., Sermo III, cap. 3.
[48] Concilium Florentinum, Sessio VI, Bulla "Laetentur coeli" unionis Graecorum.
[49] S. Irenaeus, Contra Haereses, lib. III, cap. 3, n. 2.
[50] S. Cyprianus, Epist. XLVIII, Ad Cornelium, n. 3.
[51]  S. Cyprianus, Epist. LIX, Ad eund., n. 14.
[52] S. Cyprianus, Epist. XVI, Ad eund., n. 2.
[53] S. Augustinus, Epist. XLIII, n. 7.
[54] S. Augustinus, Sermo CXX, n. 13.
[55] S. Cyprianus, Epist. LV, n. 1.
[56] S. Maximus Abbas, Defloratio ex Epistola ad Petrum illustrem.
[57] Actio III.
[58] Actio II.
[59] Actio XVIII.
[60] Post Epistolam XXVI, ad omnes Episc. Hispan., n. 4.
[61] Actio IV.
[62] S. Hieronymus, Dialog. contra Luciferianos, n. 9.
[63] Hom. LXXXVIII in Ioan., n. 1.
[64] S. Leo M., Sermo IV, cap. 2.
[65] De unit. Eccl., n. 4.
[66] De Schism. Donat., lib. II.
[67] Epist. XII, Ad Cornelium, n. 5.
[68] Lib. II, nn. 4, 5.
[69] S. Bruno Episcopus Signiensis, Comment. in Ioan., part. III, cap. 21n. 55.
[70] De Consideratione, lib. II, cap. 8.
[71] Hadrianus II, In Allocutione III ad Synodum Romanam an. 869. Cf. Actionem VII Concilii Constantinopolitani IV.
[72] Nicolaus, In epist. LXXXVI, ad Michael. Imperat. — “Patet profecto Sedis Apostolicae, cuius auctoritate maior non est, iudicium a nemine fore retractandum, neque cuiquam de eius liceat iudicare iudicio”.
[73] Epist. XXVI, Ad Episcopos Dardaniae, n. 5.
[74] Sess. IV, cap. 3.
[75] S. Thomas, In IV Sent., dist. XVII, a. 4, ad q. 4, ad 3.
[76] S. Gregorius M., Epistolarum lib. VIII, epist. XXX, ad Eulogium.




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