martedì 17 aprile 2018

Sant'Andrea Bobola nelle parole di Pio XII

Andrea Bobola, sacerdote polacco della Compagnia di Gesù, fu massacrato dagli scismatici russi il 16 maggio 1657. Beatificato il 30 ottobre 1853 da Pio IX, fu canonizzato da Pio XI il 17 aprile 1938. Le sue spoglie, riscattato dai bolscevichi, fu riposto nella Chiesa del Gesù a Roma nel 1924. Dopo la canonizzazione fu traslato a Varsavia.
  

Pio XII, nel III centenario del martirio, gli dedicò l’Enciclica “Invicti Athletae Christi” del 16 maggio 1957, da cui è tratto il seguente testo.
  


Egli nacque nell'anno 1591 nella regione di Sandomir da genitori illustri per la nobiltà della stirpe, ma ancor più per le qualità e la costanza nella fede cattolica. Dotato di buono e pronto ingegno, dopo essere stato rettamente educato in casa e abituato ai cristiani costumi fin dalla più tenera età, fu mandato alle scuole della Compagnia di Gesù, ove si distinse per l'innocenza della vita e per la singolare pietà. Poiché disprezzava i fasti e le vanità del mondo e aspirava con ogni sforzo ai «doni migliori» (1 Cor 1, 31), poco dopo, già adolescente di diciannove anni, percorrendo velocemente la strada dell'evangelica perfezione, con sommo piacere diede il suo nome alla Compagnia di Gesù, ed entrò tra i novizi nella casa di Vilna. Memore della gravissima esortazione di Gesù: «Chi vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9, 23), si adoperò fattivamente per acquisire la virtù dell'umiltà cristiana disprezzando se stesso. Ma essendo di natura sua orgoglioso, impaziente e alquanto pertinace, dovette combattere una dura battaglia contro se stesso e ascendere il monte Calvario carico quasi della croce, per giungere al vertice di tale virtù, e poter finalmente, col soffio e il sostegno della divina grazia, che chiedeva con assidue e fervidissime preghiere, impadronirsi degli ornamenti della perfezione cristiana, secondo il sapientissimo detto di san Bernardo: «L'edificio spirituale non può reggersi in alcun modo, se non sullo stabile fondamento dell'umiltà» [2]. Ardeva soprattutto di carità verso Dio e verso il prossimo; per questo motivo nulla vi era per lui di più dolce che passare, quando poteva, lunghe ore davanti al tabernacolo, e, per quanto gli era possibile, soccorrere ogni genere di miserie. Amava Dio sopra ogni cosa e più di se stesso e cercava unicamente la di lui gloria secondo la norma del suo padre legislatore. Si può perciò dire che da lui è stata dedotta in pratica l'esortazione del santo dottore: «Si desideri soltanto colui che da solo appaga il desiderio» [3]. Non c'è dunque da meravigliarsi se, ornato di tali sublimi doti, questo campione di Cristo abbia fatto così grandi progressi nel campo dell'apostolato, e abbia potuto raccogliere frutti rigogliosi e salutari. In modo speciale ardeva dello zelo più vivo per conservare la fede cattolica, per promuoverla e per difenderla; per cui, già da maestro dei bambini in Vilna, e più tardi in altre città, insegnava loro con somma cura i principi della dottrina cristiana, e li esortava al culto dell'eucaristia e alla più ardente pietà verso la Vergine Madre di Dio. Più tardi poi, elevato alla dignità sacerdotale -. nello stesso giorno in cui a Roma avveniva la canonizzazione di sant'Ignazio e san Francesco Saverio - nulla ebbe più a cuore che di diffondere dappertutto una fede cattolica non vuota, ma ricca di opere, senza risparmiarsi nelle sacre missioni, nella predicazione e in ogni genere di fatiche. In un tempo in cui soprattutto nei territori orientali la religione cattolica era esposta a gravissimi pericoli, per i tentativi dei dissidenti che si accanivano a strappare dall'unità della chiesa i cristiani e ad attirarli con ogni mezzo ai propri errori, Andrea, per ordine dei suoi superiori, andò in queste regioni, dove, moltiplicando nelle città e villaggi le prediche e le esortazioni private, ma soprattutto con lo splendore della sua eccelsa santità e col suo zelo vivissimo di apostolo, riuscì a liberare dalle falsità la fede ormai compromessa di molti fedeli, riconducendoli ai sani principi e richiamando felicemente quanti più poté all'unico ovile di Cristo. E non solo fece rivivere e confermò la fede illanguidita o morta, ma spronò tutti a piangere i propri peccati, a comporre le discordie, a sanare i dissidi, a correggere e a rinnovare i costumi, sicché, dovunque egli passava operando il bene a somiglianza del divino Maestro, sembrava spuntasse una nuova primavera, ricca di fiori celesti e di frutti salutari. Per questo, come ne è stata tramandata la memoria, egli era indicato pubblicamente da tutti, anche dai dissidenti, quale grande cacciatore di anime. Come poi l'infaticabile apostolo di Gesù Cristo era vissuto di fede e la fede aveva propagato e difeso col massimo zelo, così per la fede dei padri non ricusò alla fine di affrontare la morte. Resta viva nella memoria la terribile persecuzione scatenata contro la religione cattolica nel secolo XVII nelle regioni orientali, dopo l'invasione dei cosacchi, i quali assalirono furiosamente i cattolici coi loro pastori e coi predicatori della verità evangelica: le chiese giacevano distrutte, i conventi erano dati alle fiamme, i sacerdoti e i loro fedeli per ogni dove trucidati; ogni cosa era devastata; dappertutto era lo scempio delle cose sacre. Andrea Bobola, che poteva far suo il detto di san Bernardo: «Nulla mi è estraneo di quanto mi sembra appartenere a Dio» [4], per niente timoroso della morte né delle torture, acceso dall'amore di Dio e dalla carità per il prossimo, si portò nel pieno della mischia, per stornare con ogni mezzo quanti più poteva dall'apostasia dalla fede cattolica, dalle insidie e dagli errori degli scismatici, esortando coraggiosamente a conservare integra la fede. Ma ecco che il 16 maggio 1657, nella festa dell'Ascensione di Gesù Cristo, fu catturato presso Janow dai nemici della fede. Viene certo da pensare che egli non ne sia rimasto intimorito, ma piuttosto pieno di celeste gaudio, poiché sappiamo che sempre aveva desiderato il martirio e sempre aveva in mente le parole del divino Redentore: «Beati sarete voi quando vi malediranno e vi perseguiteranno, e mentendo diranno di voi ogni male per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli: così infatti hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi» (Mc 5, 11-12). Si freme di orrore riandando a tutti i tormenti che il campione di Gesù Cristo ha sopportato con invincibile fortezza ed intatta e fermissima fede. Infatti, «preso a bastonate e a schiaffi, e trascinato con una fune da un cavallo per una strada difficile e sanguinosa, fu condotto a Janow per l'estremo supplizio, nel quale il martire polacco riportò una delle più belle vittorie celebrate dalla chiesa. Interrogato se mai fosse sacerdote latino, Andrea rispose: “Sono sacerdote cattolico; nato nella fede cattolica, nella stessa fede voglio morire; la mia fede è la vera e porta alla salvezza; voi piuttosto fate penitenza, altrimenti coi vostri errori non vi potrete in nessun modo salvare; mentre se abbraccerete la mia fede, conoscerete il vero Dio, e salverete le anime vostre”» [5]. A queste parole, quegli uomini perfidi non si lasciarono commuovere da alcun senso di umanità, ma anzi, agitati da una mostruosa ferocia, giunsero a tale crudeltà da infierire sul soldato di Cristo con sevizie ancora più atroci. Di nuovo, infatti, «fu preso a sferzate, coronato come Gesù Cristo di pungente corona, percosso gravemente con schiaffi, e giacque ferito da una spada ricurva. Poi gli furono strappati l'occhio destro e la pelle in varie parti, gli furono atrocemente bruciate le ferite e sfregate con ispida paglia. E non bastò; infatti gli furono tagliate le orecchie, il naso e le labbra; e la lingua, strappatagli dalla nuca, fu fissata quindi con una lesina sul cuore: finalmente alle tre del pomeriggio, il valoroso campione, dando un mirabile esempio di fortezza, trafitto dalla spada, conseguì la gloria del martirio» [6]. L'invitto martire, imporporato del suo sangue, come trionfalmente fu accolto in cielo, così in terra fu dalla chiesa proposto al culto e all'imitazione di tutti i cristiani, quando la sua fulgida santità non tardò ad essere attestata e confermata da Dio stesso con stupendi miracoli. Infatti, nel 1853, fu dal Nostro predecessore di v.m. Pio IX ascritto nell'albo dei beati, e nel 1938 con solenne rito, in quello dei santi dall'immediato Nostro predecessore Pio XI di immortale memoria. Ci è piaciuto toccare minutamente e concisamente in questa lettera enciclica i principali lineamenti della vita e della santità di Andrea Bobola, perché tutti i figli della chiesa cattolica abbiano non solo a volgere a lui il loro sguardo di ammirazione, ma a imitarne anche con pari fedeltà la purissima dottrina religiosa, la fede integerrima e quella fortezza con la quale combatté per l'onore e la gloria di Gesù Cristo fino al martirio. Stimolati da voi, venerabili fratelli, meditino tutti le sue eccelse virtù, specialmente in queste celebrazioni centenarie; e tutti ritengano un dovere camminare sulle sue santissime orme.



[2] S. Bernardus, In Cant., serm.36, n. 5: PL 183, 969D.
[3] S. Bernardus, In dedic. Eccl., serm. 4, n. 4: PL 183, 528D.
[4] S. Bernardus, Epist. 20, ad Card. Haimericum: PL 182, 123B.
[5] Pius XI, Litt. decr. Ex aperto Christi latere: AAS 30(1938), p. 359.
[6] Pius XI, Homilia in canoniz. S. Andreae B.: AAS 30(1938), pp. 152-153.

TESTO COMPLETO DELL'ENCICLICA

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