domenica 11 marzo 2018

Domenica "Lætare" e la Rosa d'oro

La quarta domenica di Quaresima è la Domenica detta in "Lætare" per la prima parola dell'Antifona d'Introito. Essa segna una sosta nel rigoroso cammino dei digiuni quaresimali. Il Papa in questo giorno celebrava la Cappella a santa Croce in Gerusalemme ad imitazione dei Greci che la Domenica prima venerano il sacro Legno: nella basilica Sessoriana infatti sant'Elena aveva deposto alcune reliquie della Vera Croce portati dalla Terra Santa. Ma questa Domenica nei libri romani la troviamo segnata con l'attributo "de rosa" in riferimento alla Rosa d'oro che a partire dal secolo X veniva benedetta da Papa in questo giorno. Egli si recava alla chiesa stazionale tenendo in mano la rosa d'oro, già benedetta al Laterano, di cui spiegava il significato al popolo, e al ritorno ne faceva dono al Prefetto di Roma. Di qui l'uso tuttora vigente che il Pontefice faccia dono della Rosa d'oro a un principe cattolico o alla sua consorte, e la prescrizione di usare il rosaceo nelle funzioni liturgiche. Questo oggetto prezioso, come spiega Innocenzo III in un suo sermone (Cfr. Migne, Patrologia Latina, CCXVII, 393): la rosa è simbolo di Cristo che assume Cefa a parte della pienezza del suo potere quindi per traslato essa rappresenta il Romano Pontefice, successore di san Pietro e Vicario di nostro Signore, che, essendo in possesso della "plenitudo potestatis", trasmette il potere al corpo della Cristianità, ai Vescovi e ai Principi.

Rito della benedizione della Rosa



La rosa viene collocata su una mensa adorna di candele. Il Sommo Pontefice, pronunziati i consueti versetti, dice l’orazione:

«O Dio, che tutto hai creato con la tua parola e la tua potenza, e che ogni cosa governi con la tua volontà, tu che sei la gioia e l'allegrezza di tutti i fedeli; supplichiamo la tua maestà a voler benedire e santificare questa Rosa dall'aspetto e dal profumo così gradevoli, che noi dobbiamo oggi portare fra le mani, in segno di gioia spirituale: affinché il popolo a te consacrato, strappato al giogo della schiavitù di Babilonia con la grazia del tuo Figliuolo unigenito, gloria ed allegrezza d'Israele, esprima con sincero cuore le gioie della Gerusalemme di lassù, nostra madre. E come la tua Chiesa, alla vista di questo simbolo, sussulta di felicità per la gloria del Nome tuo, concedigli, o Signore, un appagamento vero e perfetto. Gradisci la sua devozione, rimetti i suoi peccati, aumentane la fede; abbatti i suoi ostacoli ed accordagli ogni bene: affinché la medesima Chiesa ti offra il frutto delle sue buone opere, camminando dietro ai profumi di questo Fiore, il quale, uscito dalla pianta di Iesse, è misticamente chiamato il fiore dei campi e il giglio delle convalli; e ch'esso meriti di godere un giorno la gioia senza fine in seno alla celeste gloria, in compagnia di tutti i Santi, col Fiore divino che vive e regna teco, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Così sia».

Quindi unge la rosa col balsamo e col muschio, la asperge e la incensa.



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